Maggioli Editore

Miriam Mirri e il design del quotidiano

Ci sono cose, come la pesciera lunga o i moon boot che usiamo due volte all’anno, altre come lo sturalavandini o la scaletta che si usano solo in caso di necessità.
l paesaggio domestico è un variegato mondo, è lo spazio quotidiano in cui ci risvegliamo ogni giorno e dove la vita scorre nei gesti ripetuti, nella certezza di presenze fisse che ci guardano immobili, come lo specchio o la libreria, e di oggetti vitali che dobbiamo sempre avere a portata di mano come le chiavi, le posate o una tovaglietta. Non è solo una questione di utile, in casa vivono anche oggetti emozionali che soddisfano la vista, il ricordo, il pensiero. Tutto coesiste, in un nodo inestricabile: grande e piccolo, mobili e oggetti, funzione e decoro.

Una delle interpreti più originali e di successo del paesaggio domestico quotidiano è l’emiliana Miriam Mirri, che da vent’anni lo pratica e lo teorizza.

Come hai iniziato? Quando hai capito che volevi fare il mestiere del designer?
Ho iniziato a studiare e fare design all’Università del Progetto di Reggio Emilia. Qualcosa avevo intuito prima per interesse, seguendo mostre e alcuni insegnanti e amici che mi mostravano oggetti di design contemporaneo, nei primi anni ’80. Nel ’91 con altri cinque exstudenti usciti dall’Università del Progetto abbiamo iniziato l’esperienza dello studio, guidati da Giulio Bizzarri. Funzionava più come un’agenzia, con una parte creativa e una di copy, io mi occupavo di graphic e industrial design, qualche progetto editoriale pilota e qualche ricerca per marchi italiani. Il motivo per cui ho lasciato è che volevo occuparmi di design in modo più specifico e imparare il rapporto con la produzione, curare i vari aspetti del progetto fino ai prototipi. Il passaggio decisivo è stato l’incontro con Stefano Giovannoni, che insegnava in quella scuola davvero innovativa ed infatti poi sono approdata a Milano per lavorare nel suo studio. Per me era come un anello che si chiudeva perché mio padre progettava impianti di illuminazione ed ha illuminato con gli apparecchi che disegnava, per un’azienda di Bologna, i primi anelli dello stadio di San Siro e vari aereoporti in Italia.

Chi sono stati i tuoi maestri?
All’Università del Progetto Paolo Bettini e Gianfranco Gasparini che avevano la direzione dei corsi di design e architettura. Naturalmente Stefano Giovannoni è stato un maestro per me, mentre ho imparato da Igort e Brolli aspetti diversi legati alla narrazione e al disegno. Importante per la mia formazione è stata anche la scuola di Disegno Anatomico di Bologna. Poi ho studiato i designer di riferimento che tutti conosciamo, ma ho cercato di andare oltre i confini nazionali, lasciandomi prendere da autori più giovani, quasi coetanei, che sentivo più contemporanei. E infine non escluderei i compagni di viaggio, che mi hanno accompagnato prima in India e poi in altri paesi.

Quali soni i designer che più ti piacciono o a cui guardi con curiosità?
Mi piacciono i lavori di Paola Navone che è un po’ un faro per me, così come i progetti dei fratelli Campana, di Jasper Morrison e di Piero Lissoni. Mi interessa molto il lavoro di Mathieu Lehanneur che ho conosciuto quasi per caso qualche anno fa, cercando materiale per un mio progetto inedito. Inoltre guardo con curiosità alcuni progettisti italiani della mia generazione, famosi o meno, e mi piacciono gli illustratori che raccontano le storie del mondo, in modo totalmente diverso dei designer, come ad esempio Carolina Melis. 

C’è una specificità o un valore aggiunto nell’approccio femminile al design?
Dieci anni fa, ma anche solo cinque avrei detto di no. Ora sono certa di sì. Sono certa che molti designer, anche uomini lavorino con sensibilità femminile e questo è un valore aggiunto in un mondo dominato dal genere maschile; perché la questione non riguarda solo i beni di consumo, ma la mentalità con cui si progetta, la ricerca di un’estetica spesso romantica anche se essenziale nel linguaggio, la cura nel progetto. Tutti i nostri maestri, che mi perdonino, erano guerrieri di una disciplina femminile, come i grandi chef.

Tu hai fatto molti oggetti per il vivere quotidiano, dalla tazzina del caffè all’orologio, dalla ciotola per cani a quella per gli umani. Da dove nasce questa tua attitudine per “le piccole cose di ogni giorno”?
Mi spiacerebbe ridurre il progetto a una questione dimensionale. Nel piccolo spesso c’è tutto e si scorge facilmente, perché sta nelle proprie mani. Si cerca di prendere parte dell’universo, lo si appoggia lì e lo si usa. L’arte è avvezza a questo pensiero e se lo pone in modo più disinvolto.
Nel mio caso nasce dall’esperienza diretta, fa parte della mia quotidianità e l’esplorazione di altri modi di raccontare queste necessità fa parte del mio modo di vedere e di pensare al progetto. Questo penso sia il motivo per cui a volte i miei progetti sembrano incoerenti uno con l’altro, molto sobri o molto eccentrici. Alcune cose mi sembrano giuste così, strumenti che ci aiutano a svolgere delle azioni precise, altre hanno la possibilità di spingere il limite, di espandersi verso un linguaggio più aperto. Se inseguissi una linea di pensiero estetico più rigida senz’altro farei contento qualcuno, ma tradirei la mia intenzione: progettare per le persone proponendo un altro modo di leggere l’esistenza, cercando di darle un senso altro, possibilmente un bel senso! E mi divertirei molto meno.

Tra i tuoi tanti prodotti quello che forse si è venduto di più è il porta-sacchetti Bon Ton (disegnato con Ilaria Gibertini) per la buona educazione dei proprietari di cani. Un oggetto che ha favorito comportamenti virtuosi che in Italia non esistevano! Possiamo dire che il design ha un ruolo educativo?
Educativo ed emulativo, dato che ne esistono anche molte copie! Più che educativo, empatico secondo me. Il designer o l’azienda si accorge di alcuni aspetti irrisolti, funzionali, ma anche di coscienza civile. Non mi piace la gente che litiga per cose insignificanti, mi sembra che si perda tempo spendibile meglio e bisogna lasciare il senso critico per cose importanti. Avere un cane è un piacere. Sottrarsi a uno scontro inutile è un segno di pace.
Quindi educare nel senso di proporre una soluzione piacevole e poetica a una questione che causa malavoglia e trascuratezza. Ingentilire un vizio può trasformarlo in virtù o almeno viverlo con meno aggressività e il linguaggio in questa direzione è fondamentale. Non è sufficiente inventare una nuova tipologia, è necessario il segno giusto per raccontarla.

Ci sono altri progetti tuoi che hanno inciso sul comportamento o sui modi di vivere delle persone?
Preferirei che lo dicesse qualcun altro, comunque io penso di sì.
Il tappeto HolidayAtHome, la coppa BigLove e il cucchiaio per mangiare insieme; lo sturalavandini Maelstrom per recuperare un oggetto come gioco ma anche per salvaguardare la nostra acqua; la BebaLight, piccolo personaggio luminoso per accompagnarci nel sonno; il porta formaggi Iglù, che migra disinvoltamente dal frigorifero alla tavola e viceversa; il portachiavi BatFlight che invita a un gesto nuovo per riporre le chiavi e magari pure l’imbuto Pino… che ti sorride appeso in cucina!

I tuoi progetti sembrano avere un innato buon senso. Da dove deriva? E al tempo stesso hanno una forte dose di allegria, di giocosità, di trasversalità emozionale che fa sì che piacciano a vecchi e bambini. Da dove nasce questo tocco magico?
Speriamo piacciano anche agli adulti e alle persone della mia età! Comunque oltre all’aspetto visivo, mi interessano le caratteristiche tattili degli oggetti. Insieme all’olfatto, collegato alla sfera emozionale, gusto e tatto sono riconducibili a emozioni primitive, esperienziali. Penso o almeno vorrei che passasse un messaggio ironico e delicato, svelando le cose attraverso le emozioni per dare un volto inoffensivo e romantico alle nostre emozioni.
I bambini hanno ancora lo sguardo pulito perché hanno visto poco ma sentito molto, i vecchi hanno già visto troppo e hanno bisogno di ritrovare qualcosa dell’infanzia per prepararsi a un nuovo passaggio, forse è questo? E forse i miei oggetti non cercano di imporsi ma di esserci. Però forse sto diventando adulta e sto cambiando.

Quali difficoltà, analogie e differenze hai incontrato passando dagli oggetti al mondo bidimensionale dell’arredo tessile?
Sono abituata a trattare il disegno e il colore con vari strumenti e ora ho più chiari alcuni problemi di produzione che non volevo sentire. Nella prima collezione abbiamo voluto reinterpretare alcune icone del decoro, come la goccia tipica del disegno kashmir, trasformandola in pesci, peperoncini, tulipani, ecc.; così come le righe si sono trasformate in paesaggio, i pois in tazzine e chicchi di caffè o in cespugli della macchia mediterranea. Ho impiegato un po’ di tempo a trasferire la sintesi necessaria a un oggetto nel decoro, ho scoperto che potendo mi abbandono volentieri al racconto per immagini; avendo la possibilità di spaziare non riuscivo a darmi un limite vero, avrei potuto continuare all’infinito senza cercare un’icona. Invece i limiti del marketing si fanno sentire, complicando le cose, pressati come sono da una concorrenza che è davvero molto alta.

Il tuo mondo per ora ruota intorno agli oggetti domestici e in particolare all’ambiente cucina. Dato che sei pronta per disegnare mobili, lampade ed arredi, da che tipo di prodotto ti piacerebbe iniziare?
Un letto e un sistema di illuminazione nuovo; complementi per nuove attività. Una cucina bella ma easyliving. Mi piace ancora disegnare oggetti. Una valigia. Ma prima di tutto devo “giocare la partita con la sedia”.

Ci sono delle aziende con cui ti piacerebbe lavorare e perché?
Sì, alcune perché hanno lavorazioni eccezionali e interessanti da interpretare, altre perché mi pare che si possa lavorare con una buona sintonia. Se devo fare un elenco dico Porro, LaPalma, Glass, Moroso, Magis e all’estero l’irraggiungibile Vitra, Established&Sons e LigneRoset, molto product-oriented.

a cura di Virginio Briatore



Ti potrebbe interessare anche



Commenta l'articolo per primo!


Esame Architetto