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Intervista con l’industrial designer Marc Sadler

Marc Sadler è un vero designer industriale. Da quarant’anni lavora al servizio dell’industria, trasferendo le sue conoscenze tecniche da un settore all’altro ed effettuando quella cross fertilization di cui tanto si parla, ma che pochi riescono a fare. Curiosamente la storia del design italiano deve molto a figure come la sua: progettisti venuti da altri Paesi e culture, più vicini al mondo dell’ingegneria che a quello dell’architettura d’interni, che stabilitisi a vivere e a lavorare in Italia, hanno trovato qui da noi quella libertà di spaziare da un’industria all’altra, spesso agli estremi delle tipologie merceologiche. Basti pensare a Makio Hasuike, Isao Hosoe, Richard Sapper, Andries Van Onck.

Alla base del successo di Marc Sadler c’è un’intensità di lavoro ed un’energia fuori dal comune, una vera “macchina progettuale”, in continua ebollizione. I suoi uffici, dapprima sui colli di Asolo, poi a Venezia ed oggi a Milano, sono dei laboratori, delle “falegnamerie plastiche”, delle librerie di materiali, circondate da scaffali di libri ed oggetti e da cavalletti per la pittura.
Ed è per questa sua conoscenza profonda e testata della materia, che il suo design sa rendere utile e bella, che gli abbiamo chiesto di parlarci di metodi, materiali, ricerche.

Quando si desidera far coesistere diversi materiali quali precauzioni o attenzioni bisogna prevedere?
Bisogna conoscere ogni materiale, nelle sue diverse sfumature e sapere come reagisce alle varie sollecitazioni. Io ho delle conoscenza specifiche perché spesso imparo a monte, vado a lavorare con studi di ingegneria, collaboro con persone competenti con cui faccio un percorso di vita. Inoltre lavoro al disegno di macchine per stampaggi ad iniezione o, come in questo momento, al progetto delle macchine per la produzione di film plastici, per la piemontese Colines, azienda leader del settore. Ultimamente ho realizzato per Skitsch una sedia che utilizza legno e plastica, dove per generare un contrasto col legno abbiamo pensato uno schienale in policarbonato; le resistenze sono state stressate sino ai loro limiti ed ancora le vogliamo implementare!
 
Tutti parlano di ecologia... dal tuo punto di vista quali sono i vantaggi e gli svantaggi di usare legno o metallo o plastica?
Il discorso è molto complesso, non ci sono risposte semplicistiche, bisogna distinguere. I metalli ad esempio richiedono parecchia energia per essere prodotti. Noi poniamo molta attenzione alla fine del ciclo di vita, a come si può smantellare e quindi riutilizzare la materia. Bisogna conoscere bene ogni aspetto, come ad esempio fare a meno di una cromatura o come utilizzare una specifica formula di cromo che non inquina.

Vi sono legni in polvere che si stampano come plastica, plastiche verniciate che sono come metalli, metalli morbidi come gomma. Quali sono i criteri di scelta? Come può un giovane designer o un piccolo produttore di arredi testare, capire, valutare?
Per usare una metafora dico che è come mettersi in cucina: bisogna far vivere gli ingredienti, assaggiare, provare tempi di cottura, intervenire in base alle proprie conoscenze. I primi scarponi da sci che facemmo dopo alcune ore al gelo non si sfilavano più, li abbiamo dovuti segare! Poi abbiamo studiato le dilatazioni, gli irrigidimenti, siamo intervenuti sulle mescole e infine siamo riusciti a industrializzarli. Lo stesso per gli slider, le cosiddette “saponette” che i motociclisti montano sulle ginocchia per “poggiare” in curva: le prime erano di legno o ceramica e saltavano, poi usammo pezzi di visiera del casco e si surriscaldavano, poi di gomma e facevano attrito… abbiamo provato per anni con vari piloti e vari tecnici, per arrivare infine a sperimentare vari tipi di plastica, le fibre di carbonio, il kevlar, il titanio. La ricerca e la sperimentazione sono la base del mio lavoro.

Come riesci ad applicare questo tuo metodo nel settore dell’arredo?
L’arredo ha numeri e richieste diverse. Nell’arredo la prestazione tecnica non è così importante. Io non amo il design come skin, non mi interessa progettare le belle bolle d’aria o fare dei buchi in uno schienale! Io sono contento se un produttore mi lancia una sfida: facciamo una sedia pieghevole, leggera, che costi poco! Mi preoccupo invece quando mi chiedono di fare qualcosa di “bello”, perché il “bello” esiste, ma è un criterio vago, mutevole, soggettivo… che spesso dipende proprio dal materiale, dalla lavorazione scelta, dalle proporzioni.

Se fra le molte aziende dell’arredo con cui lavori dovessi citarne una con cui ha potuto portate avanti bene il tuo mix di razionalità, creatività e ricerca, quale sceglieresti?
Ve ne sono tre o quattro con cui abbiamo fatto passaggi molto innovativi, ma quella con cui si è sviluppata una ricerca per me più appassionante è Foscarini. Con la fibra di vetro con cui facevo mazze da golf o canne da pesca abbiamo osato progettare lampade di grandi dimensione, quasi sculture luminose, forti come un’opera d’arte! E pensare che all’inizio avevamo vari problemi di temperatura, che cambiando dosaggi e spessori poi siamo riusciti a superare.

C’è un materiale che preferisci e come fai a tenerti sempre aggiornato in un settore in continua evoluzione?
Diciamo che ho avuto una certa fortuna con i materiali compositi, che ho usato non solo per la loro resistenza meccanica, come appunto nelle mazze da golf, ma anche per la loro natura trasparente, come nelle lampade scultoree. Con i termoindurenti e i tecnopolimeri invece ho un rapporto di amore e odio: la performance ti permette di fare sedie a due euro l’una, ma se ti lasciano usare bene la materia puoi ottenere anche una straordinaria pinna da sub! Infine devo dire che ultimamente ho riscoperto i materiali antichi come la ceramica o la pietra, materiali che invecchiano bene.

Quali sono le fiere o i luoghi più interessanti per conoscere materiali e tecnologie innovative e utili per il sistema dell'arredo?
Io alle fiere ci vado sempre meno, perché sono troppo grandi, dispersive e non ho tempo di stare là tre giorni! In questi anni ho seguito realtà piccole e specifiche come quella delle costruzioni in legno alla Fiera di Bolzano o quelle del marmo a Verona e Carrara. Così ho scoperto che oggi si possono curvare le pietre e sto utilizzando questa tecnica per un nuovo progetto bagno. Vedi quei cilindri di legno che sembrano sgabelli? Sono sezioni di vecchie briccole, che dopo essere rimaste per decenni nella laguna di Venezia, quando è ora di sostituirle vengono acquistate da un collezionista, che poi le affida ad artisti e designer affinché le reinterpretino. In questo modo la materia e la storia continuano la loro trasformazione infinita.

www.marcsadler.it



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