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Design Low Cost, by Paolo Grasselli

Da un lato c’è l’Ikea, dall’altro le aziende di ricerca e di design.
La prima ha un’economia di scala, una serie di impianti produttivi in aree dove il lavoro costa poco, una distribuzione diretta sorridente ma di stampo militaresco che quindi riesce a tenere prezzi bassi. Le aziende che fanno ricerca e investono in innovazione estetica e comportamentale hanno dimensioni ridotte, producono quasi tutto in Italia o in Europa e hanno reti distributive con vari passaggi, per cui il loro prodotto già caro all’uscita dalla fabbrica, dopo essere stato moltiplicato per quattro o per cinque arriva all’utente finale con un prezzo degno di un bene di lusso.
Tra questi due estremi vi sono oggi grandi opportunità.
Sta nascendo un mondo di arredi e oggetti che i sociologi chiamano “low cost hi-design”, ovvero son ben disegnati e innovativi ma hanno un prezzo accettabile per le economie in discesa della classe media europea. Questi prodotti nascono dall’incontro fra aziende attente e designer ragionevoli, che assieme riescono a far fruttare al meglio le tecnologie di cui dispongono, semplificando, scegliendo con parsimonia il materiale, togliendo l’inutile, evitando scarti, riducendo gli imballaggi.

Uno dei pochi designer che riesce a raggiungere il pubblico con arredi e apparecchi di illuminazione aventi un prezzo affrontabile è Paolo Grasselli, che avendo scelto di vivere in provincia in oltre dieci anni di lavoro è riuscito ad attivare un dialogo costruttivo proprio con quelle aziende di fascia media che meglio sono predisposte a inserirsi nel vasto “target price” vacante tra i “mercatoni” e le griffe del design.

Il tuo lavoro sembra attraversare quasi tutte le tipologie di arredo: luce, sedute, letti, camere per l’infanzia, complementi ed ora anche bio-camini. Da dove sei partito e come sei riuscito ad interagire con così tante realtà?

Cercare di progettare per aziende e tipologie di prodotto molto diverse tra loro credo sia uno dei principali modi per mantenere fresca la mente e la propria progettualità. Non essere specializzati in nulla, ma cercare di conoscere al meglio un settore nel momento in cui ci si trova ad affrontarlo, ti consente di mescolare informazioni, confondere volutamente le competenze, spostare tecniche e materiali da una specializzazione all’altra e riuscire a guardare il prodotto che si affronta sempre da un’angolazione differente. Quando hai la fortuna di realizzare un oggetto di successo che diventa riconoscibile nel mercato ti chiedono subito prodotti della stessa tipologia. Bisogna avere il coraggio di non lasciarsi prendere dalla facile ripetizione di se stessi, non diventare stilisti ma riuscire ad applicare la propria formula progettuale a tipologie di prodotto completamente diverse. Per questo cerco di spaziare in ambiti in cui sia possibile lavorare sulle idee a costo di propormi ad aziende che non conoscono il mio lavoro ma che potenzialmente possono sviluppare progetti interessanti ed innovativi.
Il mio percorso formativo parte frequentando l’ISIA di Firenze, dove ho avuto la possibilità di conoscere Jonathan De Pas, per continuare subito dopo con una preziosa attività presso l’Università del Progetto di Reggio Emilia che mi ha consentito di lavorare in stretto contatto con personaggi aventi un approccio trasversale alla progettazione, da Luigi Ghirri a Ermanno Cavazzoni e Carlo Forcolini e al tempo stesso mi ha permesso di saltare la fase di “collaborazione” negli studi professionali, consentendomi invece di iniziare a contattare aziende e a presentare i miei proggetti.

Dove hai imparato a conoscere i materiali e i diversi processi produttivi?
Ritengo che conoscere i materiali e i processi produttivi per un designer equivalga alla conoscenza degli ingredienti e delle modalità di cucinare per un cuoco. È fondamentale, indissociabile dal mestiere, l’abc del progettista. Troppo spesso capita di sentirsi dire dalle aziende: “Voi designer fate cose belle ma che non stanno in piedi o che non si possono realizzare!” Oppure: “Sulla carta è tutto facile!”. Queste affermazioni sono causate dall’ignoranza, spesso abbinata a presunzione, che contraddistingue quei progettisti che non hanno la modestia e la pazienza di imparare da chi tutti i giorni lavora fisicamente con materiali e tecnologie.   Io ho imparato lavorando con le aziende, chiedendo di andare subito a fare un giro nel cuore pulsante della fabbrica, chiedendo a cosa servono tutti i macchinari che vedo e facendomene spiegare il funzionamento. Ho imparato andando insieme ai titolari delle aziende a visitare i fornitori (dal tornitore allo stampista, dal falegname al verniciatore) chiedendo sempre un po’ di più del consentito. Ho imparato andando alle fiere poco glamour ma molto interessanti dei terzisti o dei semilavorati. D’altronde, tornando al discorso iniziale, se per realizzare al meglio una ricetta bisogna conoscere bene gli ingredienti e sapere come cucinarli, immaginiamo che padronanza ci vuole per inventare un piatto che ancora non esiste! 

Tu vivi in provincia e lavori con aziende molto vivaci e sensibili al design che però al tempo stesso riescono a produrre oggetti “low cost hi-design”, vale a dire ben disegnati e simpatici (come la seduta Ercolina), ma dal prezzo accessibile per il ceto medio. Secondo te qual è il segreto di questa buona pratica?
Nel mese di novembre sono andato a Ferrara a vedere una bellissima mostra su Chardin, uno dei principali pittori del settecento francese che oltre ad aver elevato la natura morta ad opera d’arte ha influenzato i maestri moderni, da Van Ghog   a Morandi. Chardin non   ha mai lasciato Parigi, non ha voluto seguire la consuetudine dei suoi contemporanei nel fare il tour in Italia. Ha seguito una strada inconsueta per un pittore dell’epoca e questo gli ha permesso di vedere le cose da un’altro punto di vista.
Vivere in provincia ti consente di stupirti ogni volta che ti sposti, di non dare per scontata la vista di una grande stazione o di palazzi grandiosi, ti mantiene in uno stato di continua meraviglia, quasi infantile. La vita di provincia ti porta inoltre a pensare il mondo del design in modo più pragmatico e meno elitario, avere amici che non lo conoscono e non concepiscono come si possano spendere tanti soldi per un oggetto ti fa pesare e agire di conseguenza.   Questo approccio mentale e progettuale, quando viene condiviso con aziende vivaci e attente sia al mercato che al design, porta alla nascita di oggetti “low cost hi-design”. Non dico che ci sia una ricetta sicura per ottenere oggetti di questo tipo, ma sicuramente la sintonia ed empatia con l’azienda e la condivisione delle reciproche conoscenze è un buon terreno su cui far nascere prodotti attenti al mercato.

Come fate a definire il prezzo?
La definizione del prezzo di un oggetto può avvenire in diversi modi e a volte può essere addirittura il seme da cui scaturisce e si sviluppa il progetto. Quando ho disegnato per Alessi il vasetto in legno, il brief era il seguente: riuscire a realizzare oggetti in legno che abbiano un prezzo in grado di competere con la plastica. Da qui si sono innescati una serie di ragionamenti che hanno portato alla nascita della sagoma di vaso bidimensionale in legno dal prezzo più che democratico. In altri casi la definizione del prezzo avviene ragionando insieme all’azienda su come realizzare un’idea nata indipendentemente dalle capacità produttive interne, un esempio di questo procedimento e la seduta Ercolina. Con l’azienda abbiamo cercato di semplificare il progetto iniziale e di “ridurlo” ad una striscia di poliuretano facilmente sfoderabile e trasportabile, integrando la lavorazione interna con la scelta di fornitori esterni e siamo riusciti ad ottenere un prodotto con un ottimo prezzo. Molto più spesso il prezzo è insieme alle tecnologie a disposizione dell’azienda uno dei punti di partenza del progetto. Questo non vuol dire limitare la propria progettualità, ma significa inserire nel processo creativo l’ingrediente della tecnologia e dei materiali, accettando quei compromessi che se non stravolgono il progetto consentono spesso di limitare i costi.

È vero che oggi le aziende e i distributori più accorti si accontentano di ricarichi inferiori pur di competere con Ikea o di contrastare i produttori asiatici?
Indubbiamente accettare di avere ricarichi inferiori è un gesto attento alla realtà di un mercato che presta molta attenzione al prezzo ed è sempre più differenziato. È altresì vero che ogni azienda si trova a vivere una realtà diversa dalle altre e, se per alcuni prodotti o mercati competere con realtà come l’IKEA diventa il terreno di sfida, per altre il prezzo ha un valore molto relativo. Per tutti è comunque impensabile credere di contrastare Ikea o chi per essa con gli stessi strumenti. È come credere che il piccolo negozio alimentare possa non solo sopravvivere, ma vivere floridamente cercando di applicare le logiche della grande distribuzione. Il servizio su misura, la fidelizzazione del cliente, l’eccezione progettuale e di qualità sono i mezzi che le piccole e medie aziende hanno a disposizione oggi per crescere e rimanere forti sul mercato. Altro strumento che le aziende hanno a disposizione è il design inteso però in modo più articolato di come troppo spesso viene interpretato: a mio parere non serve tanto l’ennesima seggiolina in polipropilene caricata con fibre di vetro o la poltroncina dalle forme sinuose, ma bisogna riuscire ad entrare nei negozi con prodotti innovativi soprattutto nel concetto, nell’utilizzo e nello stile di vita che questi oggetti esprimono.

Quale o quali dei tuoi prodotti ritieni emblematici per il loro giusto prezzo?
Senza alcun dubbio la chaise longue Ercolina disegnata per BRF e il bio camino Steel Tree di Horus sono i prodotti in cui l’idea, l’oggetto e il prezzo trovano al famosa quadratura del cerchio. Non a caso sono anche oggetti di grande successo commerciale e d’immagine. Nel caso di Steel Tree l’idea è nata dopo aver analizzato da una parte il sistema di funzionamento dei bruciatori a bioetanolo e dall’altra le capacità dell’azienda nel lavorare la lamiera. La possibilità di utilizzare il bruciatore in modo completamente svincolato da strutture in muratura e la pulizia non solo formale ma anche fisica della fiamma prodotta dai bruciatori (non hanno necessità di bruciare materiale che produce cenere o residui), ha fatto nascere una serie di riflessioni sull’uso del fuoco nell’ambiente domestico e sulla sua possibilità di posizionarsi liberamente nei vari ambienti della casa. Durante i primi incontri con l’azienda, parallelamente alle esigenze tipologiche dei prodotti da sviluppare, sono state analizzate le tecnologie a disposizione e i possibili investimenti da fare sui diversi prodotti. In questo modo le precise indicazioni sui vincoli tecnici e di materiali, hanno consentito di lavorare anche a livello creativo in direzioni precise ed in particolare di concentrarsi sulla lavorazione della lamiera (dal taglio al laser alla piegatura e verniciatura) di cui l’azienda è leader. Questi paletti progettuali, oltre a dare spunti creativi (la possibilità di lavorare con il metallo come fogli di carta), ha consentito di avere un oggetto dal prezzo al pubblico molto inferiore rispetto ai concorrenti. Questo spirito ha contaminato anche la forma e l’espressione dell’oggetto. Una foresta di rami stilizzati che racchiude e protegge la fiamma a 360°, ma che, quando e inutilizzato, mantiene un valore decorativo all’interno della casa.

Ti sembra di vedere uno o più trend emergere in questo ultimo periodo?
Attualmente è tutto improntato sul concetto di eco sostenibilità, riciclabilità etc. Oggi abbiamo scoperto che se una seduta con la scocca di legno si stacca dalla struttura metallica questa diventa riciclabile al 100% ed è eco compatibile; nella mia ignoranza ho sempre visto sedute realizzate in questo modo! Certo una vernice ad acqua è meglio di una vernice epossidica, ma qual è la filiera per realizzare la vernice ad acqua? Un prodotto realizzato per vivere il più a lungo possibile non può essere deciso a priori dalla presunzione intellettuale del progettista che pensa di fare l’oggetto corretto. Un oggetto intelligente mi può stancare dopo sei mesi e posso tenere per 40 anni in casa un tremendo oggetto kitsch che a questo punto diventa molto più sostenibile dell’oggetto di design. Insomma mi sembra che oggi la sostenibilità sia diventata un trend di vendita che rischia di banalizzare la giusta sensibilità e attenzione che fortunatamente molte aziende hanno nei confronti delle fasi di produzione e successivo riciclaggio dei prodotti.

Secondo te, c'è un materiale che in questo momento spicca nel settore del mobile?
Credo che la lamiera (acciaio o alluminio) sia oggi un materiale molto utilizzato nel settore del mobile e dell’arredamento in genere. I motivi sono diversi: costo relativamente basso della materia prima, processi di lavorazione semplici e grandi possibilità espressive grazie al taglio laser ormai sempre più diffuso ed accessibile nei costi. Possibilità di avere oggetti che non richiedono investimenti importanti e quantitativi minimi. Tanta relativa facilità nel poter mettere in produzione oggetti in lamiera ha per contro il fatto che assistiamo, a fianco di progetti intelligenti ed interessanti, al fiorire di prodotti banali e stupidi che abbassano la percezione del legame tra materiale e prodotto.

C'è un comparto del settore che meriterebbe di essere meglio esplorato o rinnovato?
Ormai, dopo il bagno e l’outdoor che erano rimasti i settori meno esplorati dal design, l’attenzione delle aziende dovrebbe incentrasi più sul modo in cui viene utilizzata la casa e su come i componenti di una famiglia vivono. Più   che degli ambienti come luoghi statici da arredare si dovrebbe pensare come quegli stessi ambienti vengono vissuti da un bambino, da un’adolescente o da un gruppo di amici che vengono a trovarti. Insomma prima delle forme idee. Idee che poi si possano applicare a qualsiasi comparto.

C’è qualcos'altro che vorresti dire pensando alle tante aziende che lavorano nella filiera del mobile?
I titolari o responsabili prodotto delle aziende dovrebbero dedicare un po’ più di tempo all’incontro e confronto con i progettisti. Trovo sempre scioccante il rifiuto da parte delle aziende di incontrare e conoscere il lavoro di un designer, questo non perché debbano nascere per forza collaborazioni, ma perché la curiosità e la conoscenza sono alla base dell’innovazione e dello sviluppo. Troppo spesso ci si affida a designers conosciuti per pigrizia mentale o nell’illusione che questo porti automaticamente alla realizzazione di prodotti belli e di successo. Si tende a confondere la visibilità di un prodotto con il suo successo commerciale e in questo modo si rischiano di fare investimenti sbagliati, forse solo perché non si è accettato un’incontro con un progettista ancora sconosciuto.

www.paolograsselli.com

a cura di Virginio Briatore



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